L’istantanea delle start up, fondate da giovani e da donne nel 2025, lascia pochi dubbi su chi fa oggi imprenditorialità innovativa in Italia e sulla necessità di un cambio di passo che parta dalla formazione pre-universitaria e che punti a ridurre il divario di genere. L’età media di chi fonda una start up è intorno ai 39 anni – per l’universo femminile è di circa nove mesi in più, quasi a ricordare anche qui il tema della maternità – e solo il 9% è donna. «Gli stereotipi ancora presenti nel nostro Paese vincolano queste due categorie di imprenditori», spiega Alessandra Luksch, direttrice degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy, anticipando alcuni dati della ricerca Digital & Open Innovation 2026: cosa serve a imprese e startup per un cambio di passo, che verrà presentata il 2 dicembre a Milano.
«La componente giovanile è marginale sia perché si tende a fondare start up dopo un’esperienza lavorativa che ha consolidato la reputazione sul mercato sia perché scontiamo una certa debolezza del nostro ecosistema in finanziamenti equity». L’analisi condotta da Aifi, in collaborazione con PwC Italia, sul primo semestre 2025 riporta infatti che le operazioni di venture capital (investimenti in imprese nella prima fase di ciclo di vita, seed, start up, later stage) sono diminuite dell’8% in termini di ammontare (454 milioni), mentre il numero di investimenti è aumentato del 22% (236).
Sul fronte delle start up femminili si riscontrano due dinamiche interessanti e anche, in parte, confortanti: «Le donne fanno più fatica ad avere finanziamenti, ma quando li ottengono ricevono un round medio più alto rispetto agli uomini. Inoltre, le startupper femmine hanno una formazione più elevata: al 100% possiedono almeno la laurea triennale e anche la componente di chi ha un dottorato di ricerca è superiore», commenta Luksch.
Anche l’approccio dei finanziatori svela aspetti curiosi: se negli uomini si vaglia l’esperienza pregressa, nelle donne si richiede di raggiungere subito risultati concreti. «La motivazione che spinge le donne a fondare start up è soprattutto l’impatto sociale mentre a livello di settori non bisogna dimenticare che la componente femminile è valida anche nel deep tech», aggiunge la direttrice Luksch, sottolineando l’impegno delle fondatrici nello sviluppare modelli da seguire per le nuove generazioni.
Incentivi pubblici
Per favorire l’imprenditorialità di donne e under 35, il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) promuove due incentivi, entrambi gestiti da Invitalia: Smart&Start Italia, che sostiene la nascita e la crescita di start up innovative ad alto contenuto tecnologico in tutte le Regioni, e ON – Oltre Nuove imprese a tasso zero, che sostiene la creazione e lo sviluppo di imprese a prevalente partecipazione giovanile o femminile, con agevolazioni attive in tutta Italia in un mix di finanziamento a tasso zero e contributo a fondo perduto.
